Il mondo un testo da leggere e da ascoltare…gli insegnanti si raccontano
Tre scuole, tre territori, una storia educativa comune e una domanda da cui partire: qual’è la parola che identifica il tuo essere educatore canossiano?
Passione. Cura. Pazienza.
È cominciata da qui la mattinata che ha riunito all’Istituto Barbara Melzi di Legnano oltre 70 docenti delle scuole canossiane secondarie di I e II grado di Legnano, Monza e Como. Ad aprire i lavori Marco Bonis di ENAC, accompagnando i partecipanti dentro una riflessione che parte dalle radici dell’identità canossiana per arrivare alle grandi sfide che attraversano oggi la scuola. Perché avere una storia lunga alle spalle non significa custodire semplicemente ciò che è stato. Significa possedere radici abbastanza solide da poter continuare a interrogare il presente.
Il Progetto Educativo Canossiano tiene insieme formazione del personale, progettazione educativa, ricerca, innovazione e apertura internazionale. Una visione che trova una sintesi efficace nelle tre azioni al centro del Seminario nazionale di Venezia: leggere, scrivere, far di conto. Leggere significa imparare ad ascoltare e comprendere la realtà. Scrivere significa riuscire a comunicarla, interpretarla, trasformarla in cultura. Far di conto significa raccogliere ed elaborare dati, valutare, discernere e capire in quale direzione muoversi.
È dentro questa prospettiva che prende forma il curricolo educativo canossiano: identità cattolica e carisma, relazione con le famiglie, comunicazione, intercultura, pluralismo religioso, maestri di vita e soprattutto una innovazione capace di restare radicata nella tradizione.
Da qui una seconda domanda, ancora più concreta: quali sono oggi le sfide a cui la scuola canossiana è chiamata a rispondere?
Le risposte dei docenti hanno raccontato bene la complessità del presente: ricostruire relazioni autentiche tra scuola, ragazzi e famiglie; conoscere il territorio e il tessuto culturale e religioso in cui ogni istituto opera; educare alla pace; accompagnare le fragilità; restituire forza al ruolo educativo della famiglia; confrontarsi con intelligenza artificiale, social e nuove forme di comunicazione; aiutare i ragazzi a sviluppare spirito critico, a riconoscere il valore dell’altro e a trovare una propria identità che non dipenda soltanto dalle aspettative sociali o familiari.
E, soprattutto, riaccendere la speranza.
In un tempo in cui molti giovani sembrano fare i conti con disorientamento e sfiducia, la scuola può ancora essere il luogo in cui si impara a non subire il mondo, ma a leggerlo, comprenderlo e immaginare di poterlo cambiare. Anche attraverso domande provocatorie, come quella emersa durante il confronto: cosa bisognerebbe fare per spegnere lentamente la coscienza dei giovani? Una domanda scomoda, che inevitabilmente porta a interrogarsi sul ruolo della comunicazione, degli algoritmi, dei modelli sociali e, per contrasto, sulla responsabilità educativa della scuola.
Tessere relazioni, generare nuove occasioni
Dopo il lavoro assembleare, i Docenti delle tre scuole si sono divisi in gruppi per ambiti disciplinari condividendo esperienze, progetti e metodologie con l’obiettivo di creare occasioni di confronto e di formazione professionale. Un momento di incontro tanto desiderato dai docenti che ora prende forma e chiede di essere custodito e alimentato nel tempo; un capitale sociale che occorre non disperdere perché è proprio nell’incontro con ciò che è diverso che spesso si scopre qualcosa di nuovo anche su se stessi.
Ed è forse questo uno dei fili che ha attraversato tutta la mattinata: nessuna scuola cresce da sola. Crescono gli studenti quando incontrano altri studenti. Crescono i docenti quando condividono metodi ed esperienze. Crescono gli istituti quando smettono di essere realtà isolate e diventano rete.

