Giulia Croda: una presenza che resta
Lo staff di Feltre – ENAC VENETO
Il 30 aprile è mancata la nostra collega Giulia Croda, dopo un lungo e coraggioso percorso di malattia affrontato con una forza e una dignità che hanno lasciato un segno profondo in tutti noi.
Giulia ha lavorato presso la sede di Feltre di ENAC Veneto per oltre dodici anni, affermandosi come un punto di riferimento nei progetti dell’area sociale. Ha collaborato per qualche mese anche nella sede di Treviso e si è sempre relazionata – e fatta ben voler bene – sia all’interno dell’Istituto Canossiano di Feltre, sia tra i colleghi di Schio e Verona. Con competenza e dedizione, ha collaborato quotidianamente con enti pubblici, assistenti sociali e servizi specialistici, contribuendo alla costruzione di percorsi rivolti alle persone più fragili e a chi si trova in condizioni di svantaggio o difficoltà di inserimento lavorativo. Allo stesso tempo, ha portato avanti con la medesima cura e attenzione anche iniziative dedicate ai genitori e agli educatori della fascia 0-3.
Ma il suo valore andava ben oltre il ruolo professionale.
Giulia era una donna di relazioni, capace di creare legami autentici, tessere reti e mettere le persone al centro. Sapeva ascoltare, trovare le parole giuste, accogliere senza giudizio. Era una presenza discreta e allo stesso tempo luminosa, capace di entrare in sintonia con chiunque incontrasse, con naturale empatia e profondità. Chi ha lavorato accanto a lei la ricorda come una persona che non smetteva mai di prendersi cura degli altri, anche nei momenti più difficili della propria vita. Ha combattuto per tanti anni contro la malattia, come una guerriera, con grinta e ottimismo! La sua resilienza non era solo una parola, ma un modo concreto di stare al mondo: affrontare la malattia senza perdere l’ironia, l’attenzione agli altri, la capacità di esserci davvero.
Le parole delle colleghe raccontano meglio di qualsiasi descrizione questa sua unicità: Giulia è stata “una persona capace di affrontare con straordinaria forza e dignità un lungo percorso di malattia, senza mai perdere la sua attenzione autentica verso gli altri”. Una collega che “sapeva essere ironica e diretta, ma anche profondamente empatica e accogliente, capace di dare aiuto e di chiederlo”. Un “raggio di sole”, capace di far sorridere anche nella tristezza, tra risate, leggerezza e profondità.
Anche gli enti e le associazioni che hanno condiviso con lei percorsi progettuali e momenti di lavoro complessi la ricordano con grande stima, sottolineandone la tenacia, il coraggio e l’energia, qualità che emergevano anche nelle sfide più impegnative, tra riunioni, progettazioni e il confronto con la complessità della burocrazia.
Per molti di noi, però, Giulia non era solo una collega.
Era un’amica, era una dei nostri cari, per noi e per le nostre famiglie perché la relazione andava oltre le mura dell’ufficio ed entrava proprio a far parte delle nostre vite personali.
Una presenza quotidiana fatta di gesti semplici: una chiacchiera, una risata, uno spritz dopo il lavoro, una visita a casa, una partita a un gioco in scatola, un pranzo, una festa, una passeggiata. Con lei si poteva parlare di tutto — dalle cose più leggere alle questioni più profonde: lavoro, educazione, politica, musica, vita. Si poteva ridere, si poteva riflettere ma anche tanto confidarsi e aiutarsi nel diventare grandi (guai se dicessimo vecchi, ci sgriderebbe!). Condivideva con naturalezza la sua ironia e la sua autoironia — “di due non ne facciamo una” — e proprio in quella leggerezza riusciva a rendere più sopportabili anche i momenti difficili.
Lascia un vuoto grande, umano prima ancora che professionale. Un vuoto che si avverte nei corridoi, nella sua scrivania, nelle abitudini quotidiane. Eppure, allo stesso tempo, lascia una presenza che continua a vivere nei ricordi, nei gesti, nelle relazioni che ha costruito.
Nella lettera del marito — letta durante il funerale — emerge con forza la profondità della persona che Giulia è stata anche nella sua vita privata: una donna capace di affrontare anni di prove con ottimismo, determinazione e amore, senza mai arrendersi, cercando sempre la normalità anche quando sembrava impossibile. Una donna “meravigliosa, umile e generosa”, la cui essenza era proprio quella resilienza che tutti abbiamo imparato a conoscere.
Ciò che resta oggi è proprio questo: il segno concreto del suo passaggio.
Restano le relazioni che ha costruito, l’attenzione che ha saputo dedicare agli altri, il modo in cui ha abitato il lavoro e la vita. Restano i sorrisi, le parole, i gesti, la sua capacità di essere insieme leggera e profonda. Resta – e vogliamo che resti – la sua tenacia nelle nostre mani, nelle nostre menti, nelle nostre azioni quotidiane per costruire ancora tanto di buono per il prossimo, usando proprio la forza e la grinta che lei ci ha sempre donato e insegnato.
E resta, soprattutto, un’eredità silenziosa ma potente: quella di continuare a lavorare — e a vivere — con la stessa cura, sensibilità e autenticità che lei ci ha insegnato.
Perché, come qualcuno ha ricordato citando una canzone di Ligabue a lei cara, ciò che conta davvero è l’amore: quell’amore che Gesù ci ha indicato come via, fondamento e compimento di ogni cosa.
E ciò che oggi rimane è proprio questo: tutto l’AMORE che Giulia ha saputo seminare e lasciare nelle nostre vite.





